Trino, per il Data center c’è chi dice si e c’è chi dice no

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Il data center denominato ‘Cavour Hyperscale Campus nell’ex centrale termoelettrica Galileo Ferraris, in territorio del Comune di Trino sta generando come sempre avviene in questi casi un dibattito su chi è favorevole senza riserve e chi invece vede dei nuovi problemi in arrivo. Ospitiamo di seguito due opinioni, diverse, nel merito.

C’è chi dice Si: Giancalo Locarni, coordinatore regionale Fare Ambiente Movimento Ecologista Europeo

Fare Ambiente accoglie con favore la decisione del Consiglio dei Ministri sul data center di Trino: riqualificazione del territorio e nuovi posti di lavoro
Fare Ambiente Movimento Ecologista Europeo esprime piena soddisfazione per la notizia, formalizzata dal Consiglio dei Ministri, relativa al riconoscimento di preminente interesse strategico del progetto di data center sull’area dell’ex centrale Galileo Ferraris di Trino. Una scelta che riqualifica il territorio dando nuova vita a un impianto dismesso da oltre dodici anni, destinato a trasformarsi in un campus di elaborazione dati di rilevanza nazionale ed europea. Il progetto prevede l’abbattimento delle due torri di raffreddamento, un investimento di circa 4 miliardi di euro, oltre 2.000 posti di lavoro a regime, 1.200 lavoratori nella fase di cantiere e ulteriori opportunità nell’indotto, con particolare attenzione a figure altamente qualificate. Come Coordinatore Regionale del Piemonte di Fare Ambiente, esprimo soddisfazione per questa visione lungimirante: un percorso basato sulla riqualificazione del territorio che unisce sviluppo economico, innovazione digitale e rispetto ambientale. Circa il 40% della superficie resterà a verde riqualificato, compreso il recupero dei laghetti esistenti, mentre l’impiego di un sistema di refrigerazione a basso impatto idrico e il collegamento a impianti fotovoltaici già operativi rappresentano un esempio concreto di come sostenibilità e progresso tecnologico possano procedere di pari passo. Si tratta di un connubio positivo tra tutela del territorio e creazione di opportunità lavorative stabili e qualificate, in grado di ridare dinamismo a un’area storicamente legata alla produzione energetica e oggi chiamata a una nuova vocazione. Fare Ambiente seguirà con attenzione le successive fasi autorizzative, affinché il progetto continui a rispettare i più elevati standard ambientali e contribuisca concretamente alla transizione ecologica e digitale del Piemonte

C’è chi dice no: Alberto Deambrogio, segretario regionale Rifondazione Comunista

“Non possiamo accettare che un investimento da 4 miliardi di euro, che punta a una potenza

complessiva record tra i 300 e i 400 Megawatt (MW), venga calato dall’alto senza una seria

e profonda riflessione sugli impatti importanti che avrà sul nostro ecosistema e sul tessuto

sociale

Ed ecco l’analisi dettagliata delle 7 principali criticità collegate a questo mega campus

tecnologico nel cuore dell’area vercellese:

1. Impatto idrico e consumo d’acqua per il raffreddamento

I data center di tipo hyperscale generano una quantità enorme di calore termico che richiede un raffreddamento continuo. Questo comporta il rischio di prelievi idrici massicci: anche se i moderni sistemi ottimizzano i consumi, infrastrutture di questa magnitudo possono richiedere milioni di litri d’acqua al giorno se utilizzano torri evaporative. Si creerebbe così

una pressione insostenibile sulle falde locali in un’area, quella vercellese, storicamente legata a una fitta rete idrica e alla coltivazione del riso. Sottrarre o riscaldare ingenti volumi d’acqua potrebbe generare un gravissimo stress idrico per l’agricoltura circostante durante

i periodi di siccità. Occorre avere la certezza assoluta che non si utilizzino sistemi di raffreddamento di questo tipo, ma che si impieghi con attenzione il meglio della geotermia, insieme a una seria valutazione per il recupero del calore tramite sistemi di teleriscaldamento.

2. Pressione sulla rete elettrica e transizione energetica

Un impianto da 300-400 MW consuma un quantitativo di energia paragonabile a quello di una città di medie o grandi dimensioni. Questo determinerà uno stress infrastrutturale per Terna, richiedendo un monitoraggio strettissimo della stabilità di rete locale e nazionale. Vi

è inoltre un concreto rischio di “cannibalizzazione” delle rinnovabili: sebbene il progetto siaaffiancato dal grande parco solare con storage già operativo a Trino, l’enorme richiesta energetica dell’infrastruttura rischia di assorbire l’intera produzione di energia pulita locale.

Per soddisfarla interamente servirebbero decine di chilometri quadrati di campi agrivoltaici, limitando di fatto la quota di energia verde destinata a decarbonizzare le altre attività civili o industriali della regione.

3. Consumo di suolo e sbilanciamento del territorio

Se il vantaggio principale del progetto di Trino risiede teoricamente nella riconversione di un’area industriale dismessa (brownfield), d’altra parte i campus di queste dimensioni tendono a generare espansioni logistiche e infrastrutturali collegate. Il rischio reale è che si vada a intaccare i terreni agricoli adiacenti (greenfield), all’interno di una provincia a

fortissima vocazione risicola che va invece tutelata.

4. Mancanza di una legge quadro nazionale e inquinamento acustico

Il vuoto normativo è lampante: manca una legge quadro centrale – e quella regionale è ancora in divenire – che imponga tetti rigidi alle compensazioni ambientali, lasciando i singoli enti locali da soli a negoziare con colossi multinazionali. A questo si aggiunge l’impatto acustico: i sistemi di ventilazione industriale e i giganteschi impianti di refrigerazione (chiller)

necessari per dissipare il calore dei server funzionano 24 ore su 24. Se non adeguatamente schermati con tecnologie d’insonorizzazione all’avanguardia, genereranno un ronzio a bassa frequenza costante, nocivo per la fauna locale e per le aree abitate limitrofe.

5. Rapporto tra occupazione e impatto sociale: una “cattedrale nel deserto”

L’asimmetria occupazionale è evidente. Nella fase di cantiere l’indotto sarà massiccio, con una stima tra i 1.200 e i 2.000 lavoratori. Tuttavia, a regime e a fronte di un investimento industriale faraonico da ben 4 miliardi, i posti di lavoro stabili e altamente qualificati interni saranno solo circa 300-350. Questo squilibrio conferma le critiche di chi vede nei data center

delle vere e proprie cattedrali nel deserto tecnologiche: grandi consumatrici di risorse locali, ma con una ricaduta occupazionale stabile del tutto contenuta rispetto ai capitali e allo

spazio impiegati.

6. La pericolosa logica commissariale

La scelta di prevedere un commissario preposto a governare il processo per evitare rallentamenti lascia forti dubbi. Se è vero che anche i commissari devono rispettare le norme europee, è altrettanto vero che troppo spesso, nella storia degli ultimi decenni di questo Paese, la figura del commissario è servita unicamente per “pigiare sull’acceleratore”, derogando a regole e, soprattutto, bypassando i necessari percorsi partecipativi delle comunità locali.

7. Un cavallo di Troia per preludere al nuovo nucleare?

Le richieste reali dei data center nel nostro Paese, anche in una proiezione futura realistica e al netto di possibili bolle finanziarie sull’IA, sono tutte perfettamente gestibili con una programmazione seria delle fonti rinnovabili. Sorge quindi il forte sospetto che un impianto

di tale portata possa diventare l’ottima giustificazione per preludere a una nuova installazione nucleare sul territorio trinese. Una prospettiva che non stonerebbe affatto con il rilancio dell’atomo fortemente voluto dall’attuale Governo e certo non osteggiato in sede locale.

Rifondazione Comunista vigilerà strettamente su questo progetto.

Il futuro del Piemonte deve basarsi sulla sostenibilità reale, sulla tutela del lavoro stabile e sulla salvaguardia delle nostre risorse idriche e agricole, non sul sacrificio del territorio per i profitti dei giganti del tech.